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Hotel e Ospitalità

Dire sì ai fondi esteri o tutelare il vero imprinting degli asset turistici italiani?

Acquistare quote di finanziamento e pensare che le tariffe alberghiere saliranno (ancora), lo ha fatto un fondo britannico che ha scommesso sui debiti del settore luxury hospitality italiano immettendo un'ondata di capitali. Da un lato della medaglia è tutta finanza, dall’altro ci sono le ombre sulla «purezza» delle strutture, di cui parla Confindustria Alberghi. Insomma, Perché dovremmo osservare da vicino un’operazione da ben 550 milioni euro?


Il Danieli di Venezia, il palazzo sulla Riva degli Schiavoni, ovvero due delle magnifiche strutture turistiche dell’antica Serenissima, compaiono insieme in un’operazione finanziaria degli investitori di un hedge fund londinese con sede al numero 7 di Clifford Street, Londra. A rivelarlo è stato il Financial Times, ripreso recentemente in Italia dal Sole 24 Ore in un articolo a firma Laura Cavestri del 18 agosto scorso.

Il fondo è il TCI, già noto come The Children’s Investment Fund, oggi TCI Fund Management (UK) Limited, diretto da maggio 2003 dal miliardario britannico Sir Christopher Anthony Hohn, 60 anni di età e un portafoglio da almeno 77 miliardi di dollari.

Stando alle notizie diffuse il mese scorso nei principali quotidiani finanziari europei, il fondo ha acquistato quote di finanziamento per circa 636 milioni di dollari (poco meno di 550 milioni di euro), orientandosi esclusivamente sui finanziamenti dell’hôtellerie di lusso italiana.

Insomma, con questa operazione, TCI invece che puntare sull’acquisto immobiliare degli alberghi, ha preferito porsi da finanziatore rilevando le quote di finanziamento del creditore, ovvero una società di finanziamento di Martin Frass-Ehrfeld, investitore che aveva a sua volta finanziato le strutture alberghiere in questione. Da notare c’è anche che TCI possiede una partecipazione della società di Ehrfeld da cui TCI ha, ripetiamo, acquistato le quote dei prestiti.  

Il finanziamento più consistente riguarda il Danieli (392 milioni di dollari) e le altre strutture coinvolte nell’operazione sono il Caesar Augustus di Capri, 132 milioni, il Six Senses sul Lago di Como (74 milioni) e il Mandarin Oriental di Milano (38 milioni). Lo precisiamo, le strutture alberghiere sono e restano di Statuto, un gruppo immobiliare italiano presieduto da Giuseppe Statuto.

La logica di questi tipi di investimento, sottolineata da Beatrice di Marco, analista della JLL, sembrerebbe quella di scommettere sulla certezza che le tariffe alberghiere continueranno a crescere, e ciò sarebbe motivato dalla domanda internazionale, che sale, e dalla disponibilità di beni di lusso di questo tipo, che scende.

Decriptare, perciò, l’operazione finanziaria, significa capire che alcuni fondi esteri, come quello di cui parliamo, ritengono – a giusto titolo – l’economia del turismo italiano in crescita, tanto da acquistare addirittura i crediti di società, con cui alcune strutture alberghiere italiane si sono indebitate. La speculazione vera passa, insomma, dal guadagno che genera il rendimento del credito acquistato.  

Secondo JLL Italia (leader storico nei servizi professionali e nella gestione degli investimenti per il settore immobiliare) nel solo primo semestre 2026, in Italia per il comparto Hotels & Hospitality «Gli investimenti diretti hanno raggiunto circa 400 milioni di euro, a cui si aggiungono ulteriori 200 milioni di euro derivanti da operazioni di riconversione, prevalentemente da uffici a immobili alberghieri».

Sempre stando alle analisi di JLL Italia di quest’anno (luglio 2026), «quasi l’80% degli investitori prevede di aumentare la propria esposizione agli hotel italiani nei prossimi 12-24 mesi, mentre circa tre quarti degli intervistati si aspetta di essere net buyer di asset alberghieri nel Paese nello stesso periodo».

Fin qui, capiamo che gli asset turistici del paese Italia, anche se tal volta indebitati, sono oggetto di operazioni finanziarie importanti, e ciò è incoraggiante. A fare il turismo, tuttavia, non sono solo i soldi, ma anche le esperienze, e ad entrare nel mirino non sono tanto i finanziamenti esteri ma le cessioni di immobili e di quelle particolari conduzioni familiari di realtà alberghiere che nel territorio ci sono nate e lo conoscono, e sanno come farlo fruire al meglio al visitatore.

Confindustria Alberghi ha commentato proprio tutto questo attraverso una nota, pubblicata luglio scorso. Da un lato, il presidente dell’associazione alberghiera, Elisabetta Fabri, ritiene le iniezioni dei capitali internazionali un «segnale positivo», dall’atra ritiene che «la frammentazione del settore e i passaggi generazionali non governati mettono a rischio l’identità italiana dell’ospitalità».

In sostanza Fabri, punta su tutte quelle imprese alberghiere a conduzione familiare che, per passaggi generazionali «complessi» o per difficoltà gestionali, cedono «il passo a capitali privi di qualsiasi legame con il territorio, anziché crescere e aggregarsi restando italiane».

Fondi esteri sì, ma soprattutto tutelare l’anima e l’identità delle nostre strutture turistiche.

Andrea G. Cammarata

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