Vai al contenuto
Editoriale

Copiare l’Italia (in Texas) con un progetto da due miliardi di dollari

Negli Stati Uniti sorgerà un quartiere ispirato a Venezia, con canali navigabili, piazze, alberghi e architetture italiane. E non è la prima volta: in Texas esiste già una piccola Croazia. Un omaggio al fascino perdurante della Serenissima che dovrebbe ricordarci quanto vale il patrimonio turistico nazionale

Ci vogliono due miliardi di dollari per provare a ricreare un angolo d’Italia in Texas. Una cifra astronomica, soprattutto se pensiamo che da noi quella stessa bellezza esiste già, fruibile allo sguardo di chiunque abbia voglia di attraversare una piazza o affacciarsi su un canale, sposando quel modo di vivere unico, elegante, intraprendente, vivace, sociale e soprattutto umano. Eppure, mentre in Italia ci interroghiamo su come valorizzare il patrimonio, oltreoceano qualcuno ha deciso che vale la pena investire una fortuna per copiarlo.

Succede a Prosper, ricco sobborgo a nord di Dallas, dove il consiglio comunale ha approvato il 27 ottobre scorso il cambio di destinazione urbanistica necessario a realizzare The Marco, un gigantesco complesso immobiliare ispirato a Venezia. Il progetto, promosso dalla società Blackard Companies dell’imprenditore Jeff Blackard, occuperà circa 58 ettari, che equivalgono ad almeno 81 campi da calcio regolamentari, con in più una bella laguna artificiale di oltre sei ettari, canali navigabili da imbarcazioni elettriche, ma anche piazze, fontane, alberghi. Il paradosso: c’è una brutta copia di Venezia dove Venezia non c’è, tanto è dovuto.

E il caso fa riflettere portandoci altrove. In Thailandia le autorità hanno introdotto restrizioni alla produzione e all’esportazione delle immagini del Buddha, con le comunità che si sono opposte a un utilizzo commerciale e indiscriminato. Dal sacro al profano, trasliamo questa sensibilità religiosa nella tutela del patrimonio artistico che – come osserviamo – viene riprodotto come un qualsiasi marchio commerciale contraffatto e ridotto a semplice scenografia. Vale la pena porsi una domanda. Dobbiamo rivendicare l’esclusiva sui campanili veneziani? Sì, quando persino la bellezza diventa un prodotto da esportazione e da riprodurre fedelmente o in maniera fraudolente. Pare il momento giusto per interrogarsi ai piani alti su come tutelare le originalità del Belpaese, affinché Venezia e chissà quale altre località non finiscano per essere confuse con le loro imitazioni.

Nel (fu) ultraconservatore Texas, le architetture in oggetto riprenderanno gli elementi della tradizione veneta, non ranch e cappelli da western. Si parla di facciate color ocra e terracotta, balconi in ferro battuto, pavimentazioni in ciottoli. Il piano prevede fino a 4.400 unità abitative, e lunghi anni per realizzare tutto e aprire al pubblico l’atmosfera artificiale dell’Italia fuori dall’Italia.

Del resto, Blackard non è nuovo a operazioni simili. A McKinney, sempre in Texas, è già stato realizzato Adriatica Village, un quartiere di circa 18 ettari ispirato a Supetar, villaggio di pescatori della Croazia, anticamente chiamato San Pietro della Brazza con ovvia eredità veneziana. Avviato nel 2005 e sviluppato per fasi, il complesso riproduce un piccolo borgo adriatico.

Secondo l’organizzazione turistica locale Visit McKinney, Adriatica è diventato uno degli scorci più fotografati del Texas settentrionale. Insomma, parliamo di un pezzo di Croazia, o dell’Italia che fu, ricostruito dall’altra parte dell’Atlantico e sufficientemente suggestivo da trasformarsi in attrazione.

Fa sorridere – o forse ghignare – scoprire che gli americani cercano di riprodurre attraverso investimenti miliardari quello che possediamo già. Da Chioggia ad Agrigento, dalle città d’arte ai borghi medievali, l’Italia custodisce un patrimonio unico di architetture e paesaggi che, come capiamo, diventano modelli da imitare in miniatura. Dalle imitazioni però abbiamo un anticorpo: i palazzinari possono costruire canali, campanili e facciate colorate, ma non possono fabbricare duemila anni di storia e il sentiment della Dolce Vita. Non si riproducono cose del genere con un mero PUG. E non si riproducono con i mattoni le stratificazioni culturali, le tradizioni, la gastronomia, il rapporto tra una città e i suoi abitanti. E soprattutto non si compra quell’autenticità che rappresenta uno dei motivi fondamentali per cui milioni di visitatori scelgono l’Italia.

Il progetto texano dimostra quanto l’immaginario del nostro Paese continui a esercitare un’attrazione commerciale, tanto da ispirare investimenti immobiliari da bilioni di bigliettoni verdi con George Washington stampato sopra ma non Giuseppe Garibladi. In fondo, all’Italia non serve inventare nuovi scenari. Serve invece conservare quelli esistenti, renderli accessibili, raccontarli e costruire intorno a essi un’offerta turistica capace di rispettarne l’identità.

Agli operatori spetta dunque il compito di ricordare ai viaggiatori internazionali che dietro la suggestione di una piazza italiana non esiste soltanto una scenografia, ma una comunità pulsante e depositaria di una cultura stratificata, nata dall’incontro fra popoli, tradizioni e civiltà diverse. E ai governi s’impone l’urgenza di aprire un tavolo condiviso per discutere come proteggere davvero l’originalità delle località italiane. Agli States va riconosciuta una straordinaria capacità di trasformare un’idea in un investimento, seppur copiando. Intanto, per visitare Venezia, quella vera, ci basta la voglia di uno spritz e soprattutto non servirà aspettare anni prima che venga costruita.

Andrea G. Cammarata

Nessun commento

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *