Far funzionare la macchina del turismo rinnovando l’offerta e mettendo in comunicazione diverse realtà, produce un effetto positivo su comunità e territorio.
Fondazione Comunità Napoli Centro e tante cooperative sociali, tutti uniti insieme per riaprire al pubblico le cupole nascoste di Napoli. Scoprirle ascoltando i racconti di giovani guide che provengono insieme da realtà più o meno disagiate e sono inserite grazie alle associazioni antimafia, ai corsi di formazione della Regione e al Servizio Civile.
Insomma, guardare la città “porosa”, come la chiamava Walter Benjaminn, dall’alto, oggi diventa anche un gesto simbolico. Un esempio concreto di come un modello di turismo innovativo diventa capace di integrare l’aspetto sociale del territorio campano.
L’iniziativa ha interessato la stampa nazionale e ne ha parlato qui l’autorevole il Post con un pezzo che ci fa riflettere e che racconta in che modo operatori del turismo e fondazioni, ma anche regioni, comuni, associazioni e cooperative sociali, possono dialogare insieme e concertarsi per migliorare l’offerta turistica del posto impattando positivamente su comunità e disagio cittadino.
Da un lato, per i visitatori si amplia la “disponibilità” dell’offerta turistica di Napoli con nuovi monumenti, cupole e chiese storiche da scoprire insieme a chi in quei luoghi c’è nato, li vive e ne conosce affondo l’identità e il valore rappresentativo. Dall’altro ci sono le ricadute positive sulla comunità stessa, che guadagna in occupazione professionale impiegando le persone con lavori di qualità, culturali, o che intorno alla cultura ci ruotano.
A muovere gli ingranaggi di questa iniziativa, dicevamo, c’è la fondazione di Comunità Napoli Centro che prima fa ristrutturare cupole e chiese, poi le affida a un sistema di cooperative che le prendono in gestione organizzando attività culturali e soprattutto assumendo almeno 150 persone, tutte giovani e assunte con regolare contratto.
Una decina le inedite realtà già visitabili grazie al progetto. Partiamo dalla chiesa sconsacrata di Sant’Aniello a Caponapoli, con i resti delle mura greche, e più recentemente sono state riaperte anche Donnaregina Vecchia e Donnaregina Nuova.
C’è poi il museo dedicato allo scultore Jago e la Chiesa blu dei Cristallini, ma anche il cimitero delle Fontanelle, protagonista oscuro dei morti della pestilenza a metà Seicento e restituito oggi alla città con la firma di Renzo Piano. Nel pacchetto delle novità turistiche c’entrano pure i chiostri maestosi del convento agostiniano, in zona San Lorenzo e la sacrestia del Vasari nella chiesa di San Giovanni, località Carbonara.
Molte delle iniziative sono realizzate nel rione Sanità dove le case vacanze sono pochissime e il turismo oltre che non pernottante è molto culturale. Insomma, un’offerta turistica che aggiunge un’opportunità più rilassata rispetto all’affollamento dei Quartieri Spagnoli. Una dimostrazione di come il prodotto esperienziale nasce da zero, attecchendo anche in un quartiere estremamente difficile ma al contempo bellissimo come il rione Sanità.
L’idea si regge su un modello di ricavo che fa riflettere gli operatori turistici. La maggior parte delle visite è gratuita, e solo alla fine le guide chiedono un’offerta libera raccontando di sé. Per alcune visite particolari, come quella ai tetti, invece è stato introdotto un biglietto di ingresso. Un equilibrio sottile fra impegno sociale e sostenibilità economica che molte destinazioni italiane, va detto, non hanno ancora implementato.


